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Se si posseggono immobili l'obbligo di versare il mantenimento può sussistere anche in assenza di reddito (ufficialmente non dichiarato).

 

Il caso: Nel corso di un procedimento di divorzio, sia in primo che in secondo grado, i Giudici dispongono che il marito sia tenuto a versare alla moglie un contributo mensile di mantenimento (assegno divorzile) sulla base di molteplici circostanze.
Il marito ricorre in Cassazione lamentando che egli, nelle more del processo, aveva cessato ogni attività lavorativa ed era quindi impossibilitato a versare alcunché in quanto sprovvisto di reddito.

 

La sentenza: la Corte di Cassazione (sentenza n.10099/2016), per ciò che qui si intende segnalare, respinge il ricorso sulla base di una fondamentale considerazione. "I suoi possedimenti" - leggasi le proprietà immobiliari del marito, n.d.r. - "riportati nelle denunce dei redditi e nella relazione catastale prodotta dalla moglie, necessitano di capacità di reddito, anche ai soli fini del loro mantenimento; la Corte di merito presume che da alcuni di essi egli tragga rendite locatizie (o comunque ne potrebbe trarre) che gli consentano un adeguato sostentamento".

 

Secondo la Suprema Corte, pertanto, a prescindere dalla circostanza che una persona dichiari o meno di percepire reddito, il fatto solo di possedere immobili può giustificare l'obbligo di versare un contributo di mantenimento. Va detto che le dichiarazioni dei redditi sono solo uno dei fattori da considerarsi ai fini della determinazione della debenza di un assegno divorzile. Il Tribunale può non considerarle attendibili (com'è evidentemente accaduto nella fattispecie) se le circostanze del caso inducono a ritenere che non siano tali. E' quindi anche sulla base di presunzioni che è possibile stabilire l'obbligo di contribuire al mantenimento.
Nel caso in esame secondo i Giudici era evidentemente pacifico che il marito percepisse una forma di reddito, in quanto occorre sostenere spese per la loro manutenzione (e comunque non può escludersi il ricavo di rendite non ufficiali dagli immobili stessi).

 

Giugno 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

L'Asl risponde per i danni causati dalla colpa dei medici operanti in struttura convenzionata.
mercoledì 29 giugno 2016 - 19:29

Il caso: un bambino subisce danni permanenti a causa di una ipossia nel corso del parto, a causa di assistenza e cure mediche ritenute non adeguate.
L'evento si verifica presso una struttura ospedaliera diversa da quella normalmente utilizzata dall'Asl di competenza (in quanto quest'ultima aveva i propri locali temporaneamente non disponibili) e con l'intervento di medici non direttamente dipendenti della stessa.
I Giudici condannano in solido con i medici anche l'Asl competente, in virtù degli artt. 1228 e 2049 cc. L'Asl fa ricorso in Cassazione.

 

La sentenza: la Cassazione (con sentenza n. 7768/ 2016) rigetta il ricorso sulla base del seguente principio di diritto: "Deve per altro verso ribadirsi che allorquando un paziente viene ricoverato in una struttura sanitaria gestita, in virtù di apposita convenzione, da un soggetto diverso dal proprietario, dei danni causati dai medici ivi operanti è tenuto a rispondere non già quest'ultimo bensì il soggetto che di tale struttura ha la diretta gestione, in quanto è col primo e non col secondo che il paziente stipula, per il solo fatto dell'accettazione nella struttura, il contratto atipico di spedalità (v. Cass., 8/10/2008, n. 24791)".
La sentenza in esame, pur con l'inevitabile prudenza con cui va esaminata la fattispecie, sembrerebbe pertanto estendere la responsabilità dell'ASL.

 

Giugno 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

SEPARAZIONE. DOVERI CONIUGALI
giovedì 09 giugno 2016 - 12:20

Sottrarsi ai rapporti intimi può portare all'addebito.

 

Il caso: una coppia si separa e nei giudizi di merito viene addebitata la separazione alla moglie perché la donna, dopo la nascita di un figlio, aveva rifiutato per anni ogni rapporto sessuale col marito, affermando di provare nei suoi confronti un sentimento di repulsione.
La causa finisce in Cassazione

 

La sentenza: la Corte (sentenza 19112/2012) rigetta il ricorso e conferma l'impugnata sentenza con queste motivazioni. "Il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge configura e integra violazione dell'inderogabile dovere di assistenza morale (...). Tale volontario comportamento (...) legittima pienamente l'addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l'esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato".

 

Questa interessante pronuncia, se non può essere generalizzata (perchè come sempre è bene ricordare che ogni caso fa storia a sè) stabilisce il principio secondo cui il rapporto sessuale, almeno astrattamente, si configura come vero e proprio obbligo giuridico, per cui in caso di inadempimento è astrattamente ipotizzabile la "sanzione" dell'addebito della separazione.

 

Novembre 2012

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

SULLA SCELTA DELLA SCUOLA DEI MINORI DOPO LA SEPARAZIONE
giovedì 09 giugno 2016 - 12:19

Separazione: in caso disaccordo i minori vanno iscritti alla scuola pubblica.

 

Il caso: Una coppia si separa. Aumentano le difficoltà economiche, ma la madre chiede che i due figli continuino a frequentare la scuola privata, nella fattispecie quella paritaria cattolica (sa bene che questa scelta comporta costi maggiori rispetto alla scuola pubblica, ma assegna molta importanza al fatto che i ragazzi siano istruiti con metodi didattici già sperimentati).
Il padre invece propende per l'iscrizione ad una scuola pubblica, anche in virtù delle difficoltà economiche conseguenti alla separazione.

 

La sentenza: il Tribunale di Milano (sentenza del 18 marzo 2016) decide che i figli della coppia debbano frequentare la scuola pubblica evidenziando come "pretendere che i figli continuino a godere del medesimo benessere che prima poteva essere garantito costituisce l'espressione di un diritto immaginario che non trova tutela nell'ordinamento giuridico".
Nella sentenza i giudici precisano altresì il ruolo dell'Istituzione pubblica con queste parole: "non si può dire che la scuola privata risponda al preminente interesse del minore, poiché vorrebbe dire che le istituzioni di carattere privato sono migliori di quelle pubbliche".
Pertanto, e in conclusione, laddove sussista conflitto dei genitori separati sulla frequenza dei figli tra scuola privata e pubblica, secondo il Tribunale di Milano, e in mancanza di evidenti controindicazioni, "la decisione dell'Ufficio giudiziario non può che essere a favore dell'istruzione pubblica".

 

Vale la pena ricordare in linea generale un elemento ovvio: la separazione rende i coniugi necessariamente più poveri (o comunque meno abbienti) di prima. Le scelte operate in regime di convivenza (sulla scuola, sulle attività sportive, sulle attività ludico-ricreative) non sempre quindi possono essere portate avanti.

 

MARZO 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

RISARCIMENTO DANNI DA ERRORE MEDICO
giovedì 09 giugno 2016 - 12:18

Ritardata diagnosi da patologia: si al risarcimento.

 

Il caso: Un bambino lamenta forti dolori addominali con vomito e viene accompagnato dai genitori al Pronto soccorso. Dopo una consulenza pediatrica e chirurgica viene dimesso. Come terapia viene prescritto un antidolorifico.
I sintomi peggiorano e i genitori portano di nuovo il bambino al P.S. che viene questa volta ricoverato e sottoposto ad ulteriori accertamenti. Successivamente viene operato d'urgenza per appendicite acuta e diffusa peritonite.
I genitori si rivolgono al tribunale per chiedere alla ASL il risarcimento di tutti i danni patiti in conseguenza dell'iniziale errore diagnostico dei sanitari. In particolare segnalano che se l'attacco di appendicite fosse stato subito riconosciuto, l'interevento sarebbe stato effettuato in laparoscopia, con tecnica quindi meno invasiva e minori rischi per il paziente, evitando inoltre cicatrici e aderenze.

 

La sentenza: il Tribunale (Taranto, sentenza n.21/2016) accoglie la domanda risarcitoria. Anche la ritardata diagnosi costituisce errore medico e può dar diritto al risarcimento se si configurano dei danni a carico del paziente (come nella fattispecie). Inoltre per ricollegare un evento lesivo ad un atto medico colposo occorre che sussista tra i due elementi un nesso causale non in termini di certezza ("oltre ogni ragionevole dubbio", come deve avvenire in sede penale) ma semplicemente di rilevante probabilità. Di qui la condanna dell'Asl a risarcire il danno.

 

Gennaio 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

SEPARAZIONE DEI GENITORI. OBBLIGO DI MANTENERE I FIGLI MAGGIORENNI
giovedì 09 giugno 2016 - 12:17

No all' assegno di mantenimento per il figlio che all'Università non rispetta il piano di studi.

 

Il caso: una coppia si separa. I due figli convivono col padre e la madre versa l'assegno di mantenimento necessario per la loro crescita. La donna chiede al Tribunale di essere esonerata dall'obbligo che le compete, essendo i figli ormai adulti e in grado di provvedere alle proprie necessità. Dopo i vari gradi di giudizio la controversia perviene in Cassazione.

 

La sentenza: la Cassazione (sentenza n.1858/2016) accoglie la richiesta della madre. Nella fattispecie, infatti, i due ragazzi, entrambi studenti universitari, avevano sostenuto pochissimi esami: il primo solo 4 nei primi tre anni di iscrizione all'università, il secondo solo la metà di quelli previsti nel corso di laurea (ed oltretutto era fuori corso da 4 anni).
La Corte ha pertanto ritenuto che i ragazzi non avessero colto l'opportunità loro offerta di frequentare gli studi, in modo da porre le basi per la propria autonomia economica.
Già in precedenza la Cassazione (sentenza 27377/2013) si era espressa per la revoca dell'obbligo di mantenimento a vantaggio di un figlio che non aveva trovato un lavoro né aveva terminato il corso di studi universitari.

 

Più in generale va detto che i figli non vanno mantenuti semplicemente fino al raggiungimento della maggiore età, ma fino al raggiungimento dell'indipendenza economica. Tuttavia se l'indipendenza economica non viene raggiunta per fatto e colpa dei figli l'obbligo di mantenimento viene comunque meno. Per usare sempre le parole della Cassazione "Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne cessa ove il genitore onerato dia prova che il figlio abbia raggiunto l'autosufficienza economica o venga provato che il figlio, pur posto nelle condizioni di addivenire ad una autonomia economica, non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita".

 

APRILE 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

ANNULLAMENTO MATRIMONIO. DIRITTI DEI CONIUGI
giovedì 09 giugno 2016 - 12:16

L'omosessualità celata non è causa di annullamento del matrimonio

 

Il caso: dopo pochi mesi dal matrimonio la moglie rileva un comportamento strano nel marito. Questi è particolarmente nervoso, parla poco e si rifiuta di avere rapporti sessuali. Passano poche settimane e il marito dichiara di provare attrazione per "i maschi", dopo di che abbandona la casa coniugale.
La moglie si rivolge al Tribunale chiedendo l'annullamento del matrimonio: la "deviazione" del marito non consente lo svolgimento di una normale vita coniugale ed è viziato il consenso espresso per contrarre il matrimonio per effetto di errore essenziale su qualità personali dell'altro coniuge.

 

La sentenza: il Tribunale di Padova (sentenza n.3176/2014) respinge la domanda. Nel nostro sistema l'errore sulle qualità personali del coniuge è essenziale quando vi siano le condizioni di cui all'articolo 122 codice civile, norma che prevede che l'errore sulle qualità personali sia giuridicamente rilevante qualora riguardi l'esistenza di una malattia fisica o psichica o di una anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale. Secondo il Tribunale "benché debba ritenersi che all'epoca della redazione della norma l'omosessualità fosse ritenuta alla stregua di una deviazione sessuale e l'intenzione del legislatore fosse quella di comprendere l'errore su tale deviazione tra quelli essenziali, l'attuale percezione medica e sociale ha definitivamente superato tale impostazione; da anni l'omosessualità è stata cancellata dal manuale che classifica i disturbi psichici cosicché l'omosessualità non può più qualificarsi come patologia, ma come caratteristica della personalità".

 

Il mutamento dei costumi porta evidentemente con sè anche un mutamento dell'interpretazione dottrinale e giurisprudenziale di norme scritte dal Legislatore molti decenni fa.

 

Ottobre 2014

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

SEPARAZIONE DEI GENITORI. OBBLIGO DI PRESTARE GLI ALIMENTI AI MINORI
giovedì 09 giugno 2016 - 12:01

Anche i nonni possono essere obbligati a mantenere i nipoti.

 

Il caso: una coppia si separa e il padre non adempie all'obbligo di mantenimento della figlia. La madre, d'altra parte, non dispone dei mezzi necessari, dovendo concorrere anche alle spese di un altro figlio con lei convivente, nato dalla relazione con un'altra persona.
La donna chiede al Tribunale che al mantenimento della bambina provvedano quindi i nonni.

 

La sentenza: il Tribunale di Parma (sentenza del 13/5/2014) dispone che i nonni debbano concorrere alle spese di vita della nipote, quantificate in euro 5.900 annui. In particolare suddivide l'onere in questione tra nonni paterni e materni "ripartendo tale comune obbligazione in base ai redditi di ciascuno di essi per come risultanti in atti sulla base delle acquisite rispettive dichiarazioni dei redditi".

 

Se i genitori non sono in grado di mantenere i figli, in via quindi sussidiaria, per legge l'obbligo si estende a tutti gli ascendenti di pari grado, i quali sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi necessari affinchè possano adempiere ai loro doveri nei confronti dei figli.

 

Maggio 2014

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

TESTAMENTO OLOGRAFO. I REQUISITI DI LEGGE
sabato 07 maggio 2016 - 09:25

Testamento annullabile se la data di redazione non è certa

 

Il caso: un testamento viene scritto da un aspirante suicida che inserisce nella scheda la seguente frase: "oggi finisco di soffrire, vi saluto e la faccio finita".
Com'è noto il testamento olografo, perchè sia valido, deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di mano del testatore (articolo 602 codice civile). Nel caso in esame mancava nel documento una data, espressamente indicata.

 

La sentenza: la Cassazione, con la sentenza n.23014/2015 ha considerato che le espressioni utilizzate nella fattispecie non consentissero di provare la data certa, con conseguente annullabilità del testamento per assenza di uno dei requisiti essenziali. Il testatore, infatti, avrebbe potuto decidere di suicidarsi anche successivamente al momento in cui scriveva le sue disposizioni e annunciava il suo estremo gesto. Non c'era la prova, cioè, che il testamento fosse stato scritto esattamente il giorno del suicidio.

 

Diverso è il caso in cui la data (pur non essendo stata indicata come richiesto dalla legge con giorno, mese e anno) risulti egualmente certa.
Questo avviene quando si utilizzano forme equipollenti (per es. Natale 2014, giorno del mio cinquantesimo compleanno, etc).
In casi come questi il testamento si ritiene che sia del tutto valido.

 

Novembre 2015

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

ADOZIONE DI MINORI DA PARTE DI COPPIE OMOSESSUALI. LA GIURISPRUDENZA SULLA COSI' DETTA STEPCHILD ADOPTION
sabato 07 maggio 2016 - 09:24

Stepchild adoption: i Tribunali anticipano il Legislatore

 

Il caso: due donne italiane convivono per alcuni anni alle Canarie (e una delle due dà alla luce una bambina, tramite fecondazione assistita). Si sposano nel 2009 in Spagna e l'anno successivo il coniuge della madre biologica adotta la bambina (ormai dodicenne), come consentito dalla legge di quel Paese.
Successivamente divorziano e la figlia viene affidata congiuntamente ad entrambe.
Nel 2013 una delle due donne chiede al Tribunale per i Minorenni di Milano il riconoscimento agli effetti civili interni dell'ordinanza di adozione spagnola.
La richiesta viene respinta in primo grado.

 

La sentenza: in Appello i Giudici ribaltano la decisione (pronuncia del giorno 16 ottobre 2015).
La Corte ritiene infatti che con l'adozione si realizzi l'interesse della figlia che "è stata adeguatamente amata, curata, mantenuta, educata ed istruita da entrambe le donne che hanno realizzato l'originario progetto di genitorialità condivisa, nell'ambito di una famiglia fondata sulla comunione materiale e spirituale di due persone di sesso femminile".

 

Per completezza va detto che nel contempo è stata rigettata la domanda di riconoscimento e trascrizione del matrimonio e della successiva sentenza di divorzio.

 

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