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DIRITTO CIVILE. COGNOME DEI FIGLI
domenica 19 febbraio 2017 - 15:14

Cognome di entrambi i genitori : ora si può

 

Il caso: una coppia chiede all'Ufficiale di Stato Civile di attribuire il cognome materno al proprio figlio, in aggiunta a quello paterno. Di fronte al diniego da parte dell'Ufficiale la coppia si rivolge al Tribunale, ma il ricorso viene respinto.
Sul caso è chiamata a pronunciarsi la Corte Costituzionale.

 

La sentenza: Con la sentenza 286/2016 la Corte ha evidenziato che "nella famiglia fondata sul matrimonio rimane tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre. Questa preclusione pregiudica il diritto all'identità personale del minore e, al contempo, costituisce un'irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell'unità familiare".
Di conseguenza, anche sulla base di ulteriori argomentazioni giuridiche, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di tutta una serie di norme civilistiche – e dell'ordinamento di stato civile - nella parte in cui non consentono ai genitori, anche adottivi, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento della nascita (o dell'adozione), anche il cognome materno.

In conclusione con la sentenza citata è ora possibile attribuire il doppio cognome ai figli, ma questo solo nel caso di accordo tra i genitori. La Consulta ha comunque sottolineato la necessità "di un indifferibile intento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità". Non è quindi escluso che il Legislatore, accanto alla facoltà del doppio cognome, possa prevedere anche il diritto della coppia di attribuire unicamente quello della sola madre, in alternativa a quello del padre.

 

NOVEMBRE 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

DIRITTO CIVILE. LOCAZIONI
domenica 19 febbraio 2017 - 15:13

Contratto di locazione non registrato: nessun canone è dovuto

 

Il caso: Il proprietario di un immobile promuove un giudizio avverso l'inquilino, per omesso pagamento dei canoni di locazione. Il punto è che il contratto in questione non è registrato all'Agenzia delle Entrate, tanto che il convenuto sostiene che le parti avessero semplicemente concordato la stipula in tempi successivi. Terminato il primo grado, la questione finisce in appello, ove la Corte stabilisce che il contratto di locazione doveva considerarsi inefficace, perché non registrato, ma che l'inefficacia del contratto non esimeva tuttavia l'occupante dall'obbligo di pagamento del canone come corrispettivo della detenzione. Il caso finisce in cassazione

 

La sentenza: la Corte, con sentenza n.25503/2016, emette una pronuncia estremamente rigorosa verso la proprietà sulla base del fatto che oggi, per legge, i contratti di locazione sono nulli – non semplicemente inefficaci, come stabilito dalla corte d'Appello – se non registrati. Censura quindi il ragionamento della Corte d'Appello stessa, che aveva dato una interpretazione troppo flessibile della norma di legge, anche sulla base del fatto che la Corte costituzionale ha qualificato nella fattispecie la norma tributaria come norma imperativa, come tale quindi impossibile da bypassare. A fronte di un contratto di locazione non registrato, pertanto, sembra che l'unica tutela a favore della proprietà sia avanzare una richiesta per indebito arricchimento, ai sensi dell'articolo 2041 del codice civile; unica azione in senso lato "risarcitoria" possibile a fronte della nullità di un contratto.

 

DICEMBRE 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

SEPARAZIONE CONIUGALE. ADDEBITO
mercoledì 26 ottobre 2016 - 10:25

Il tradimento può portare all'addebito della separazione. Specie se pubblicizzato su facebook

 

Il caso: una moglie scopre che il marito ha una relazione extra-coniugale. Ad aggravare il quadro rinviene su Facebook frasi e foto che provano che l'uomo non solo non nasconde detta relazione, ma anzi in qualche modo la rende pubblica.
Chiede quindi al Tribunale la separazione con addebito al coniuge, sul presupposto non solo del tradimento ma anche delle modalità con cui era stato posto in essere.

 

La sentenza: Il Tribunale dà ragione alla moglie. Nel corso del processo era infatti emerso che il marito aveva effettivamente frequentato la donna (l'amante) e che aveva pubblicamente dichiarato su facebook il suo amore per lei, e questo non dopo la separazione bensì prima dell'allontanamento dalla casa coniugale, quando era ancora sposato a tutti gli effetti (le prove erano documentali - le foto delle pagine del social network - e testimoniali). Di seguito il nocciolo dell'argomentazione utilizzata dai Giudici che come si vedrà non fa perno esclusivamente sull'adulterio, ma anche sulle modalità con cui lo stesso si concretizza. "Deve pertanto pronunciarsi la separazione con addebito al marito per violazione del dovere di fedeltà, tenuto conto delle modalità con cui è stata coltivata la relazione extraconiugale, che hanno comportato offesa alla dignità e all'onore dell'altro coniuge". Da notare che in casi analoghi (in presenza cioè di tradimento ostentato pubblicamente, con modalità quindi di fatto ingiuriose) alcuni Tribunali hanno disposto altresì il risarcimento del danno per così detto illecito endo-familiare. Si vedano i relativi articoli già pubblicati in questa sezione.

 

Dicembre 2015

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

DIRITTO DI FAMIGLIA. RESPONSABILITA' GENITORIALE
mercoledì 26 ottobre 2016 - 10:24

Dieta vegana alla mensa scolastica: il Tribunale autorizza.

 

Il Caso: Una madre, sin dallo svezzamento, alleva il figlio secondo il regime della dieta vegana. Il padre, dopo qualche anno, in disaccordo con la madre, si rivolge al Tribunale perché venga disposta una dieta onnivora. Il Tribunale decide in tal senso e di conseguenza nega alla madre la possibilità di chiedere cibi vegani per il figlio quando questi frequenta la mensa scolastica.
Tuttavia, con il nuovo regime alimentare, il bambino lamenta problemi di salute e la madre chiede quindi al Tribunale di modificare il provvedimento assunto in precedenza.

 

La sentenza: il Tribunale, dopo aver disposto una consulenza tecnica e aver constatato che il perito escludeva la possibilità di danni alla salute del bambino derivanti da una dieta vegana, accoglie il ricorso della madre (stabilendo tuttavia la precauzione di sottoporre il bambino stesso a controlli sanitari periodici)
Il Tribunale ha quindi disposto che presso l'Istituto scolastico frequentato dal bambino questi possa fruire della mensa scolastica seguendo una dieta vegana.

 

Giugno/2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

Diritto di famiglia. Assegno di mantenimento divorzile.
giovedì 06 ottobre 2016 - 10:37

La Cassazione conferma: niente assegno divorzile in presenza di convivenza di fatto (anche qualora la convivenza venisse veno).

 

Il caso: Una donna, in attesa della sentenza di divorzio, instaura una relazione con un nuovo compagno. La coppia convive per un certo periodo, poi le strade, almeno apparentemente, si dividono.
Nel frattempo il Tribunale emette la sentenza di divorzio e respinge la domanda presentata dalla ex moglie per ottenere l'assegno divorzile.
La Corte d'Appello conferma la sentenza di primo grado "ritenendo insussistenti i presupposti per procedere al riconoscimento dell'assegno di divorzio in quanto ( la ricorrente) aveva instaurato un rapporto di convivenza more uxorio con un altro uomo e non aveva dato prova dell'allegata cessazione della relazione".

 

La sentenza: la Cassazione con la sentenza n.19345/2016 conferma la pronuncia di appello respingendo la domanda di attribuzione di assegno divorzile con questa motivazione, ancora più perentoria: "l'instaurazione di una nuova famiglia, ancorchè di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno divorzile a carico dell'altro coniuge, cosicchè il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso (...) la formazione di una famiglia di fatto... è espressione di una scelta esistenziale libera e consapevole che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e quindi esclude ogni residua solidarietà post matrimoniale con l'altro coniuge, il quale deve considerarsi ormai definitivamente esonerato dall'obbligo di corrispondere l'assegno divorzile".

 

Segnaliamo che la pronuncia qui commentata si inserisce è nel solco di altre del medesimo tenore (Cass. Civ. n.6855/2015 e n.2466/2016). Il principio di diritto sopra espresso sembra quindi cristallizzarsi sempre più nel tempo.

 

Luglio 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

Fine di un rapporto di coppia: si possono chiedere indietro i regali?
martedì 27 settembre 2016 - 11:57

Il caso: finisce una lunga storia d'amore di una coppia particolarmente facoltosa. Lui chiede alla compagna di restituire i regali ricevuti durante la convivenza (preziosi e opere d'arte di notevole valore). La donna si oppone e ne nasce una lite, sulla quale, dopo due gradi di giudizio, si pronuncia la Cassazione.

 

La sentenza: con la sentenza n.18280/2016 la Suprema Corte ha distinto fra regalie e regalie. Non sussiste il diritto di ripetizione per quelle di modico valore (con la fondamentale precisazione che il concetto di "modico valore" non è assoluto ma relativo, dovendosi verificare "le condizioni dei soggetti che in questo caso disponevano di ingenti patrimoni e mantenevano un elevatissimo tenore di vita"). Quanto invece alle donazioni di non modico valore, queste ultime richiedono per legge (articolo 782 codice civile) l'atto pubblico, pena la nullità.
Nella fattispecie, quindi, non veniva ordinata la restituzione di regali, pur importanti, quali anelli, sculture, etc, in quanto compatibili con le condizioni economiche delle parti, ma veniva viceversa dichiarata la nullità del trasferimento di un quadro di ingentissimo valore, non tanto perché la relazione sentimentale era venuta meno, quanto perché la dazione in questione non era avvenuta nelle forme prescritte dalla legge, vale a dire con l'atto notarile (testualmente: "la donazione costituiva apprezzabile depauperamento del patrimonio del donante; e avrebbe richiesto la forma prevista dall'articolo 782 del codice civile").

 

Settembre 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

Appartamento concesso in comodato (da un terzo). Cosa succede in caso di separazione
mercoledì 14 settembre 2016 - 17:19

Il caso: una persona concede in comodato un appartamento al fratello, coniugato.
Questi poi si separa e il Tribunale assegna la casa suddetta alla moglie (alla cognata quindi della proprietaria), in quanto affidataria dei tre figli minori.
La proprietaria chiede il rilascio dell'immobile. Il Tribunale accoglie la sua domanda, mentre la Corte d'Appello successivamente rigetta la richiesta.

 

La sentenza: la Cassazione (sentenza n.2506/2016) accoglie il ricorso della proprietaria volto ad ottenere la restituzione del bene.
Nella fattispecie era infatti stato dimostrato che l'immobile era stato concesso in comodato per esigenze solo temporanee. Il contratto, dunque, non aveva un termine né esplicito, né implicito, e la comodante poteva recedere liberamente secondo le previsioni dell'articolo 1810 codice civile. Questo uno dei passaggi chiave della pronunzia in esame: "il coniuge affidatario della prole minorenne, o maggiorenne non autosufficiente, assegnatario della casa familiare, può opporre al comodante, che chieda il rilascio dell'immobile, l'esistenza di un provvedimento di assegnazione, pronunciato in un giudizio di separazione o divorzio, solo se tra il comodante e almeno uno del coniugi (. ..) il contratto in precedenza insorto abbia contemplato la destinazione dei bene a casa familiare. Ne consegue che, in tale evenienza, il rapporto (...) ha - in assenza di una espressa indicazione della scadenza - una durata determinabile per relationem, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente, dunque, dall'insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari (..) che avevano legittimato l'assegnazione dell'immobile".
La decisione qui segnalata ha, dunque, distinto due tipi di comodato:
1- quello destinato a soddisfare stabili esigenze abitative familiari, destinato a protrarsi sinché perdurano le suddette esigenze
2- quello senza fissazione di termine, nemmeno implicito, che può essere sciolto ad nutum dal comodante.
Si precisa che la questione in esame è una delle più dibattute in ambito giurisprudenziale e ha registrato sentenze contrastanti nel corso degli anni, sia nelle Corti di Merito che in sede di Cassazione.

 

Febbraio 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

Le nozze via internet possono essere legittime
mercoledì 14 settembre 2016 - 17:17

Il caso: una donna pakistana, residente in Italia, contrae matrimonio, alla presenza di due testimoni, collegandosi tramite Skype con lo sposo, mentre quest'ultimo si trovava in Pakistan.
L'atto vene registrato regolarmente dall'autorità pakistana, mentre in Italia l'ufficiale di Stato civile si rifiuta di fare altrettanto, in quanto "la modalità di celebrazione, in via telefonica o telematica, era da ritenersi contraria all'ordine pubblico, sul presupposto che costituisce principio fondamentale dell'ordinamento italiano, derogabile solo in casi del tutto eccezionali, la contestuale presenza dei nubendi dinanzi a colui che officia il matrimonio, anche al fine di assicurare la loro libertà nell'esprimere la volontà di sposarsi".

 

La sentenza: Tribunale e Corte d'Appello danno torto all'Ufficiale di Stato Civile e ragione ai coniugi. Sulla stessa linea la Cassazione (sentenza 15343/2016).
La Corte, dopo aver precisato che "il matrimonio celebrato all'estero è valido nel nostro ordinamento, quanto alla forma, se è considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione, o dalla legge nazionale di almeno uno dei nubendi al momento della celebrazione, o dalla legge dello Stato di comune residenza in tale momento" ha poi concluso che "se l'atto matrimoniale è valido per l'ordinamento straniero, in quanto da esso considerato idoneo a rappresentare il consenso matrimoniale, esso non può considerarsi contrastante con l'ordine pubblico solo perché celebrato in forma non prevista dall'ordinamento italiano".
La sentenza ha avuto vasta eco sui mass media ma va precisato che le nozze "a distanza" sono state ritenute legittime in quanto contratte da soggetti stranieri, e quindi regolamentate dal diritto del Paese d'origine (non ritenuto in contrasto con i principi fondamentali del nostro ordinamento).

 

Settembre 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

Adozione di minori
martedì 19 luglio 2016 - 18:51

Anche la Cassazione si pronuncia favorevolmente sulla così detta stepchild adoption.

 

Il caso: una coppia omosessuale convive da tempo in Italia, dopo avere contratto matrimonio all'estero. Una delle due donne è madre di una bambina, concepita tramite procreazione assistita. L'altra donna si rivolge al tribunale dei minori in Italia e chiede di poter adottare la figlia della compagna. Il diritto le viene riconosciuto in entrambi i primi due gradi di giudizio. Il caso approda in Cassazione per la sentenza definitiva.

 

La sentenza: la Cassazione (sentenza 12962/16) conferma la sentenza impugnata. Secondo la Corte
l'adozione da parte di coppia omosessuale "non determina in astratto un conflitto di interessi tra il genitore biologico e il minore adottando, ma richiede che l'eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice". Tecnicamente l'adozione è stata ritenuta ammissibile invocando l'art.44 della legge 184, che prevede per l'appunto che si possa procedere in "casi particolari" al di fuori degli stringenti requisiti di legge, purchè si ritenga che l'adozione faccia gli interessi del minore.

 

La sentenza, particolarmente importante e innovativa, si colloca nel solco di altre pronunce di merito che hanno già ritenuto ammissibile l'adozione del compagno (o della compagna) del genitore biologico. La così detta stepchild adoption, eliminata dal testo della legge sulle unioni civili, sta diventando realtà attraverso il contributo della giurisprudenza.

 

GIUGNO 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

L'assegno divorzile può essere dovuto anche in presenza di matrimonio di breve durata
mercoledì 29 giugno 2016 - 19:33

Il caso: due persone si lasciano dopo un matrimonio di brevissima durata (quindici mesi). In sede di separazione consensuale alla moglie viene attribuito un assegno di mantenimento. Nel successivo divorzio viene tuttavia rigettata, in entrambi i gradi di giudizio, la domanda della moglie stessa volta ad ottenere anche l'assegno divorzile. Ciò sulla base della seguente motivazione: "la convivenza fu comunque brevissima per effetto della immediata constatazione dell'impossibilità di una unione duratura tale da giustificare aspettative e affidamento del coniuge che ha subìto la separazione nelle sostanze dell'altro". La moglie presenta ricorso in cassazione.

 

La sentenza: la Cassazione (ordinanza n.2343/2016) accoglie il ricorso presentato dalla donna sulla base di un'articolata argomentazione e, per ciò che rileva in questa sede, in forza del seguente principio di diritto. "In materia di divorzio, la durata del matrimonio influisce sulla determinazione della misura dell'assegno previsto dall'art. 5 della legge n. 898 del 1970, ma non anche - salvo casi eccezionali in cui non si sia verificata alcuna comunione materiale e spirituale tra i coniugi - sul riconoscimento del 'assegno stesso, assolvendo quest'ultimo ad una finalità di tutela del coniuge economicamente più debole".

 

Va detto che nel caso in esame vi era notevole sproporzione tra il reddito del marito, 18.000 euro mensili, e quello della moglie, 1.300 euro mensili. Occorre quindi sempre contestualizzare le pronunce per evitare una loro interpretazione in qualche modo distorta.

 

Giugno 2016

 

N.B. il presente articolo ha uno scopo meramente informativo e orientativo. Non può essere inteso, nemmeno in senso lato, come parere professionale. Nel caso di problematiche occorre sempre rivolgersi al proprio legale di fiducia e far esaminare il caso concreto al fine di ottenere un parere personalizzato e completamente attendibile.

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